
Il film racconta quanto possa essere difficile riconoscere che una persona che amiamo continua ad avere una vita che non ci appartiene.
Per María Ángeles, la casa di Tangeri non è semplicemente il luogo in cui vive. Gli oggetti, le stanze, il quartiere, le consuetudini e le relazioni quotidiane costituiscono una sorta di memoria autobiografica incarnata, un paesaggio esterno nel quale, nel tempo, si è depositata la sua identità. Perdere la casa non significa soltanto cambiare abitazione, ma rischiare di sradicarsi da ciò che dà continuità alla propria storia.
Il conflitto con la figlia Clara passa così quasi in secondo piano rispetto alla questione su chi possa decidere che cosa sia bene per un’altra persona. Un’intenzione protettiva può diventare intrusiva quando smette di riconoscere nell’altro la capacità di desiderare, scegliere e orientare autonomamente la propria esistenza. Il conflitto diventa difficilmente risolvibile finché ciascuna rimane ancorata alla propria rappresentazione della realtà, senza riuscire a guardarla, almeno per un momento, con gli occhi dell’altra.
Amare qualcuno non significa necessariamente sapere ciò di cui ha bisogno, al contrario l’amore può continuare a esistere proprio grazie alla possibilità di restare in relazione riconoscendo che la vita dell’altro, anche quando ci è profondamente cara, rimane sua, in una estraneità sacra.
Dalla frattura madre figlia si apre la parte più vitale del film. Nel tentativo di recuperare gli oggetti della propria casa e, con essi, qualcosa del proprio passato, María Ángeles incontra inaspettatamente una possibilità rivolta al futuro. Il desiderio, l’affettività e la progettualità irrompono in un’età che troppo facilmente si immagina consegnata soltanto alla memoria.
La protagonista si illumina proprio quando ciò che sembrava stabile viene messo in discussione e, nell’impossibilità di tornare a ciò che si era, si apre per riorganizzare creativamente la propria vita: finché esiste il desiderio, esiste ancora un futuro possibile.



