Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte

Kris, regista queer, appartiene al mondo delle immagini: guarda, filma, ricostruisce, immagina. Finché il desiderio resta nel territorio della rappresentazione, può essere osservato da una certa distanza. È possibile fantasticarlo, pensarlo, perfino metterlo in scena senza lasciarsene coinvolgere fino in fondo.

La fantasia, in questo senso, non è soltanto espressione del desiderio: può diventare anche un modo per contenerlo. Nell’immaginazione possiamo avvicinarci a ciò che ci attrae continuando, almeno in parte, a governarne la distanza.

Il passaggio decisivo avviene quando questa distanza comincia a cedere. Guardare non basta più. Il desiderio smette di essere qualcosa che il soggetto possiede e diventa qualcosa che gli accade, incrinando l’immagine che ha costruito di sé.

Quella rappresentazione relativamente coerente con cui ci raccontiamo — faccio questo lavoro, sono questo tipo di persona, desidero queste cose, conosco i miei confini — costituisce una sorta di autobiografia interiore. Ma il desiderio non sempre la riconosce. Talvolta la contraddice, la scompagina, la rende improvvisamente insufficiente ed emerge allora una domanda perturbante: se desidero questo, chi sono? Ciò che è più intimamente nostro può così arrivare a farci sentire estranei a noi stessi.

Eccitazione, vergogna, paura, vulnerabilità, piacere, repulsione e bisogno dell’altro sottraggono progressivamente Kris alla posizione protetta della regista, dalla quale poteva osservare e organizzare la scena senza abitarla davvero. Vivere significa invece lasciarsi coinvolgere, accettando di non poter controllare completamente ciò che accade.

È qui che Eros e Thanatos, apparentemente opposti, finiscono per avvicinarsi. Nel desiderio sessuale occorre tollerare una quota di perdita di controllo; la morte rappresenta il limite estremo di ciò che non possiamo governare, il fallimento dell’illusione onnipotente di continuità e dominio sull’esistenza.

In Camp Miasma essere vivi significa essere vulnerabili, esposti e mai del tutto padroni di ciò che ci accade. Proprio come nell’adolescenza, quando il desiderio e ciò che sentiamo acquistano una realtà sufficiente a incrinare la storia che fino a quel momento avevamo raccontato su noi stessi. Crescere diventa scoprire che non possiamo conoscerci interamente prima di vivere – alcune parti di noi diventano visibili soltanto nell’incontro con l’altro – attraversando attrazione, paura, piacere e destabilizzazione. Il desiderio non si limita a rivelare ciò che siamo, talvolta ci costringe a diventare qualcuno che ancora non conosciamo.