
Nel film di Besson l’immortalità non è privilegio, piuttosto è una condanna, il vampiro invidia i mortali proprio perché possono morire, mentre a lui è imposto di continuare a vivere senza la persona amata. L’eternità, privata dell’amore, diventa così una forma interminabile di solitudine, quasi una malattia che consuma lentamente fino a intaccare persino la speranza.
Dio e il Demonio, vengono etichettate come due forze contrapposte e invisibili di fronte alle quali gli esseri umani sembrano ridursi a burattini. La ribellione di Dracula contro Dio attraversa tutto il film, ma progressivamente emerge il sospetto che il conflitto più profondo non sia realmente con il divino. Il nemico contro cui combatte da quattrocento anni potrebbe essere il proprio dolore, insieme all’incapacità di accettare ciò che è accaduto e di lasciare andare ciò che ha perduto.
La sua maledizione nasce infatti da un lutto che non riesce ad attraversare. Dracula non è soltanto la creatura condannata all’immortalità della tradizione gotica, è soprattutto un uomo rimasto imprigionato nel momento della perdita. Il tempo continua a scorrere intorno a lui, mentre dentro di lui sembra essersi fermato.
L’immortalità diventa allora l’immagine estrema di un tempo congelato dal trauma. Alla sofferenza si accompagna la rabbia di chi non riesce a tollerare il limite e l’impotenza. Dracula non riesce ad accettare che non tutto possa essere salvato, che non tutto possa essere controllato e, soprattutto, che non tutto ciò che amiamo possa essere trattenuto.
Per questo trascorre secoli cercando di ritrovare Elisabeth. La sua esistenza rimane sospesa nel tentativo impossibile di ricostruire ciò che è stato perduto, finché l’incontro con Mina sembra offrirgli l’illusione che il passato possa finalmente tornare presente. Le parole possono ingannare, il corpo no, fa recitare Besson al protagonista, il riconoscimento sembra avvenire prima attraverso una memoria sensoriale ed emotiva che attraverso il pensiero, come se qualcosa di antico continuasse a vivere al di sotto delle parole.
Il congiungimento nella realtà mette in evidenza l’utopia di far rivivere il passato e la condanna di Dracula può estinguersi soltanto quando comincia a separare ciò che è stato da ciò che è, Elisabeth da Mina, il passato dal presente, il ricordo dalla persona che ha davanti. Mina non può essere soltanto la restituzione dell’amore perduto; deve poter essere riconosciuta nella propria alterità. Se Dracula ama davvero, deve poter accettare di perdere la propria illusione.
L’amore autentico comporta infatti anche la rinuncia al possesso. Lasciare andare Mina affinché possa vivere significa trasformare l’attaccamento in un gesto d’amore: non trattenere l’altro per salvarsi dalla propria solitudine, ma accettare persino la separazione perché l’altro possa essere libero.
Per quattrocento anni Dracula ha creduto che la propria salvezza consistesse nel ritrovare ciò che aveva perduto. Solo alla fine comprende che può liberarsi dalla sua condanna facendo esattamente il contrario: accettando la perdita.
Il finale assume allora un significato che va oltre qla morte fisica, è anche l’epilogo di un passato che pretendeva continuamente di ripetersi nel presente. Non significa dimenticare Elisabeth, ma smettere di costringere il presente a diventare ciò che non può più essere.
Solo quando Dracula riesce finalmente a lasciare andare ciò che ama, il tempo, fermo da quattrocento anni, può ricominciare a scorrere.



