
Il difficile lutto del figlio immaginato
Racconta la disabilità senza farne, in fondo, il proprio oggetto principale. Al centro del film c’è qualcosa di più universale e difficile da ammettere, la distanza che può esistere tra il figlio reale e quello che un genitore aveva immaginato.
Dario ama profondamente Enrico, il figlio con una grave disabilità. La sua è soprattutto una paternità della cura, lo lava, lo veste, lo nutre, lo accompagna, lo sostiene fisicamente. Con Giacomo, il figlio adolescente del fratello, può invece sperimentare la paternità del desiderio e della trasmissione, gli insegna a guidare la moto, rischia e gioca con lui, condivide una passione e lo vede conquistare autonomia.
Giacomo finisce così per occupare una posizione che non gli appartiene completamente, non è più soltanto il nipote, ma diventa per Dario il luogo nel quale incontrare il figlio immaginato e il padre che avrebbe voluto essere. Ciò che Dario non riesce ancora a elaborare dentro di sé viene così agito nel sistema familiare, coinvolgendo inevitabilmente anche il fratello.
Il triangolo Dario–Roberto–Giacomo riporta infatti alla luce un conflitto più antico, Dario rimprovera al fratello di riproporre con il figlio la severità del padre che entrambi hanno conosciuto. Quando Giacomo scappa di casa dopo aver saputo che sarà bocciato, qualcosa cambia anche in Roberto, riesce a riconoscere nelle parole del fratello una parte di verità. Un modello trasmesso da una generazione all’altra diventa finalmente visibile e, proprio per questo, può forse smettere di essere ripetuto.
In questo universo apparentemente dominato da padri, figli e fratelli, le due mogli sembrano personaggi minori mentre sono presenze essenziali; gli uomini entrano in conflitto, si allontanano e si confrontano con le proprie ferite, sono soprattutto le donne a sostenere silenziosamente il peso e la continuità delle rispettive famiglie.
Ma è nel finale che il percorso di Dario trova il suo senso. Non c’è un vero happy ending, Enrico continuerà ad avere bisogno di lui e il dolore per la paternità immaginata non scompare. Cambia però il modo in cui Dario riesce a stare davanti alla propria realtà.
Nella scena del bagnetto torna a compiere uno dei gesti più quotidiani della cura. Lava Enrico, gli chiede scusa e piange. Le lacrime si confondono con l’acqua con cui sta lavando suo figlio. Dario sembra finalmente rivolgersi pienamente al figlio che ha davanti, non più a quello che avrebbe potuto esserci al suo posto.
La sua redenzione non consiste allora nel cancellare il desiderio di un’altra paternità, ma nel poterlo riconoscere senza doverlo più vivere attraverso Giacomo. Dario può amare profondamente Enrico e, nello stesso tempo, soffrire per ciò che nella relazione con lui non potrà mai esserci.
Enrico rappresenta un limite che non può essere superato attraverso la volontà, la dedizione e neppure attraverso l’amore. Giacomo aveva offerto a Dario l’illusione di poterlo aggirare, posso ancora essere il padre che avevo immaginato. Il passaggio finale è invece fare il lutto di ciò che non è stato senza perdere ciò che c’è.
Forse è proprio questo che raccontano quelle lacrime mescolate all’acqua. accettare il limite non significa desiderarlo né smettere di soffrire davanti a esso, ma riuscire ad abitare pienamente ciò che c’è, senza che ciò che avrebbe potuto esserci continui a sottrarcelo.



