L’approccio sistemico-relazionale nasce nella seconda metà del Novecento dall’incontro tra psicologia, teoria dei sistemi, cibernetica e studi sulla comunicazione. Tra i suoi riferimenti storici troviamo Gregory Bateson e il gruppo di Palo Alto, oltre ai primi sviluppi della terapia familiare.
La sua novità consiste in un cambiamento di prospettiva, il disagio psicologico non viene osservato soltanto come qualcosa che appartiene all’interiorità dell’individuo, ma anche come qualcosa che prende forma, si mantiene e può trasformarsi all’interno delle relazioni significative. Non si tratta di contrapporre l’intrapsichico all’interpersonale, ma di considerarli come dimensioni continuamente intrecciate.
Dall’individuo alle relazioni
Ogni persona appartiene contemporaneamente a più sistemi, la famiglia d’origine, la coppia, le relazioni affettive e amicali, il contesto professionale e sociale. Ciascuno di questi sistemi influenza gli altri attraverso continui processi di scambio e di feedback. Un cambiamento in una parte del sistema può produrre modificazioni nelle altre; allo stesso modo, modalità relazionali consolidate possono contribuire a mantenere determinati comportamenti, vissuti emotivi o forme di sofferenza.
Da questa prospettiva, un sintomo non viene considerato semplicemente come un difetto da eliminare, ma può essere interrogato anche rispetto alla sua storia, alla sua funzione e al contesto relazionale nel quale è comparso. La domanda terapeutica si amplia quindi dal solo “Che cosa accade dentro di me?” a domande come: “Che cosa accade tra me e gli altri?”, “Quali schemi relazionali tendo a ripetere?”, “Quale posto assumo nelle mie relazioni?”, “Come la mia storia familiare continua a influenzare il mio modo di entrare in relazione nel presente?”
La persona come parte di più sistemi
Nel mio lavoro considero l’individuo non come un elemento isolato, ma come una persona inserita in una rete di relazioni che si influenzano reciprocamente. La famiglia rappresenta naturalmente uno dei primi e più importanti sistemi di appartenenza, perché è all’interno delle prime relazioni che apprendiamo modalità di vicinanza e distanza, appartenenza, autonomia, conflitto, cura e protezione.
Ma la prospettiva sistemico-relazionale non si limita alla famiglia. Gli stessi modelli possono ripresentarsi, trasformati, nelle relazioni di coppia, nelle amicizie, nel rapporto con i figli e nelle relazioni professionali. Talvolta cambiano le persone e i contesti, mentre alcune modalità di risposta sembrano ripetersi. Il percorso terapeutico può allora aiutare a riconoscere questi fili, comprenderne l’origine e creare possibilità nuove di scelta.
Gli strumenti
L’approccio sistemico-relazionale utilizza diversi strumenti per rendere visibili dinamiche che spesso rimangono implicite.
Tra questi, il genogramma permette di rappresentare graficamente la storia familiare attraverso più generazioni, osservando legami, separazioni, eventi significativi, alleanze, conflitti, ripetizioni e passaggi transgenerazionali.
Le sculture familiari o relazionali consentono invece di rappresentare nello spazio, attraverso posture, distanze e posizioni reciproche, il modo in cui una persona percepisce una relazione o un sistema. Ciò che a volte è difficile descrivere con le parole può diventare immediatamente visibile attraverso il corpo e la disposizione nello spazio.
Altri strumenti possono comprendere domande circolari, ricostruzioni delle sequenze relazionali, esplorazione dei confini tra i membri di un sistema, analisi dei cicli di vita individuali e familiari e osservazione delle modalità comunicative. Gli strumenti, tuttavia, non rappresentano mai un fine in sé. Servono soprattutto ad ampliare lo sguardo e a permettere alla persona di osservare la propria esperienza da prospettive differenti.
Il mio modo di utilizzare l’approccio sistemico-relazionale
La formazione sistemico-relazionale costituisce una delle matrici fondamentali del mio lavoro come psicoterapeuta. Nel tempo ho sentito la necessità di integrare questo sguardo con altre prospettive: l’orientamento psicodinamico, per approfondire i processi intrapsichici e la storia personale; la Mindfulness, per coltivare consapevolezza e presenza; la Somatic Experiencing®, per includere l’ascolto del corpo e dei suoi processi di regolazione.
Per questo, anche quando lavoro individualmente, mantengo uno sguardo relazionale, ciò che accade nella persona viene esplorato insieme a ciò che accade tra la persona e gli altri, tra il presente e la propria storia, tra ciò che desidera e le modalità che ha imparato nel tempo per proteggersi, appartenere o mantenere un legame.
L’obiettivo non è individuare colpevoli né stabilire chi abbia ragione all’interno di una relazione. È piuttosto comprendere come un sistema funziona, quali equilibri ha costruito e quali possibilità di cambiamento possono emergere quando anche uno solo dei suoi elementi comincia a muoversi in modo differente.
In questa prospettiva, la psicoterapia diventa uno spazio nel quale ampliare la consapevolezza delle proprie modalità relazionali e recuperare una maggiore libertà nel modo di stare con sé stessi e con gli altri.



