
I legami che non hanno bisogno di un nome
Ci sono affetti che nascono perché qualcuno è nostro padre, nostra madre, nostro figlio, il nostro compagno. E ce ne sono altri che arrivano prima del nome che sapremo dare loro. Si costruiscono quasi inavvertitamente, attraverso la presenza, la cura, il tempo condiviso. L’Attachement racconta proprio uno di questi legami.
Sandra è una donna indipendente, single per scelta, che non ha figli e non sembra avvertire alcuna mancanza per non averne avuti. Vive sola, lavora in una libreria femminista e ha costruito un’esistenza nella quale autonomia e libertà occupano uno spazio importante.
La vita, però, raramente rispetta le identità che abbiamo costruito per noi stessi.
Quello che dovrebbe essere un piccolo episodio di quotidiana solidarietà diventa l’inizio di qualcosa di completamente diverso, una tragedia che spalanca le porte dell’ignoto.
Sandra comincia a provare un interesse nuovo, accompagna, ascolta, prepara qualcosa da mangiare, accoglie il piccolo Elliott, rimasto orfano di madre, quando ha bisogno di lei. Lo fa naturalmente, senza decidere quale posto occupare nella sua vita: semplicemente, è presente.
Il film mostra così come un legame significativo non dipenda soltanto dalla parentela biologica o dai ruoli socialmente riconosciuti. Si costruisce attraverso la disponibilità emotiva, la continuità, la possibilità di trovare nell’altro un luogo sufficientemente sicuro nel quale poter tornare. Elliott non ha bisogno di sapere esattamente “chi” sia Sandra. Ha bisogno di sapere che c’è. E lei, a sua volta, riesce progressivamente a essere presente senza pretendere di diventare indispensabile.
Ma c’è un altro modo di reagire all’ignoto aperto dalla perdita, ed è quello di Alex, il padre di Elliott. Se Sandra si avvicina con cautela a qualcosa da cui si era sempre tenuta distante, Alex sembra inizialmente fare il contrario, cerca di allontanarsi il più rapidamente possibile dal vuoto lasciato dalla morte della moglie.
A meno di due mesi dalla tragedia, quando comincia a rendersi conto della mancanza, bacia Sandra e le dice di amarla. Quando lei non può corrispondergli nel modo che desidera, Alex si getta in una nuova relazione. È come se al dolore della perdita reagisse cercando subito un nuovo legame capace di colmare l’assenza, invece di attraversarla.
Anche questa nuova storia, però, viene raggiunta dalla perdita: un aborto spontaneo. Alex arriva a pensarsi come un uomo sfortunato, quasi perseguitato dagli eventi. Solo più avanti, incalzato dalle domande della nuova moglie, comincia a riconoscere qualcosa che riguarda anche il proprio modo di stare nelle relazioni, la tendenza ad adattarsi, ad assecondare, a cercare di essere ciò di cui l’altro ha bisogno. Un modo di mantenere il legame adattandosi all’altro, evitando così anche il contatto con ciò che dentro di sé è più doloroso.
È da questo primo riconoscimento che Alex può cominciare a esplorare una possibilità diversa, accettando che vivere significhi, inevitabilmente, esporsi anche al dolore, invece di tentare di sottrarsi ad esso. Non più sostituire ciò che è stato perduto con qualcosa che possa prenderne rapidamente il posto, ma tollerare il vuoto lasciato dalla perdita e scoprire che proprio da quello spazio può nascere una forma di relazione che non aveva previsto.
Le traiettorie di Sandra e Alex finiscono così per incontrarsi. Sandra scopre che si può essere autonomi senza essere impermeabili. Non rinuncia alla propria libertà, ma ne modifica il significato. Essere liberi non vuol dire necessariamente non avere vincoli, ma poter scegliere a che cosa e a chi desideriamo legarci. Alex, da parte sua, comincia a scoprire che una famiglia non deve necessariamente ricostituirsi sostituendo chi non c’è più o riproducendo una forma già conosciuta.
L’Attachement ci mostra che la famiglia può essere pensata meno come un sostantivo e più come un verbo: esserci, stare, prendersi cura, senza dover rinunciare alla propria identità per appartenere.
Non tutte le persone fondamentali della nostra vita hanno bisogno di un nome preciso. A volte qualcuno diventa casa semplicemente perché, quando ne abbiamo avuto bisogno, era lì.



