Look Back


Un film sul lutto, sull’amicizia e sulla creazione artistica ma, ancora più profondamente, un film sul sentimento dell’impotenza, sull’esperienza dolorosa di scoprire che non possiamo controllare tutto, proteggere chi amiamo da ogni cosa, tornare indietro e correggere ciò che è accaduto, un film sul what if…

Fujino e Kyomoto si incontrano attraverso il disegno. È proprio la prima, in qualche modo, ad aprire la porta della stanza nella quale la coetanea si è ritirata dal mondo. Il loro incontro diventa amicizia, complicità, crescita e creazione condivisa  finché la morte violenta di Kyomoto spezza quella storia e lascia Fujino davanti a una domanda terribile: se non l’avessi fatta uscire da quella stanza, sarebbe ancora viva?

La realtà sembra biforcarsi e il film ci conduce dentro una storia alternativa, le due protagoniste non si incontrano, le loro vite prendono strade differenti. È un mondo parallelo, ma soprattutto è la rappresentazione di un movimento profondamente umano della mente davanti alla perdita, il pensiero controfattuale; se avessi fatto diversamente, se non fossi intervenuto, se fossi arrivato prima, se avessi capito.

È il senso di colpa che ci regala l’illusione, dolorosa, che avremmo potuto controllare ciò che non dipendeva da noi.

Fujino immagina dapprima di cancellarsi dalla vita di Kyomoto – forse, senza di lei, tutto sarebbe andato diversamente – poi immagina il contrario, esserci nel momento decisivo, arrivare in tempo, proteggerla, salvarla.

È un dilemma che sembra riecheggiare la tragedia di Amleto che rimane imprigionato nell’impossibilità di sciogliere la propria alternativa, ma Fujino trova una via d’uscita proprio quando lascia andare tanto la fantasia dell’esserci quanto quella del non esserci; nessuna delle due può modificare ciò che è accaduto. È rinunciando all’illusione del look back  che la protagonista può finalmente tornare ad abitare il presente.

La realtà viene mostrata nella sua più profonda crudezza, non possiamo controllare tutto, non possiamo cancellare il dolore, non possiamo riscrivere il passato fino a renderlo finalmente innocuo. Possiamo però trasformare il modo in cui quel passato continua a vivere dentro di noi. Il mondo parallelo rappresentato nel film serve proprio a cambiare il rapporto di Fujino con la sua storia. Il dolore rimane, ma può smettere di essere soltanto paralisi. 

Anche il senso di colpa può trasformarsi, non perché venga negato o semplicemente dichiarato irrazionale, ma perché l’energia imprigionata nel desiderio impossibile di cambiare ciò che è stato può tornare a rivolgersi verso la vita. Per Fujino quella trasformazione passa attraverso il disegno. La creazione non cancella la morte di Kyomoto, le permette di portare con sé la relazione senza rimanere imprigionata nel momento della sua perdita.

Look back  non è un invito a tornare indietro per correggere, cercando illusoriamente e all’infinito il punto nel quale avremmo potuto impedire che le cose accadessero; sollecita piuttosto a fermarsi nel momento presente per rivolgerci a ciò che è stato, sentire il dolore che ancora contiene, riconoscere ciò che avremmo desiderato fosse diverso e, nello stesso tempo, accorgerci che siamo ancora qui.

Se il passato non può essere cambiato, il presente conserva ancora una possibilità.

Fujino torna a disegnare non perché abbia dimenticato Kyomoto e neppure perché abbia finalmente sconfitto il dolore; torna a disegnare portando Kyomoto con sé, dopo aver lentamente rinunciato all’idea di poter cambiare ciò che è accaduto e cominciato a trasformare ciò che quell’esperienza può diventare dentro di lei.

Abbiamo bisogno di guardare indietro proprio per sentire, nel presente, come possiamo andare avanti.