No other choice

“Non c’è altra scelta” non è una constatazione, è una difesa che nasce quando sentire sarebbe troppo. 
Il licenziamento non rappresenta solo la perdita di un ruolo, ma la minaccia alla continuità dell’esistenza.
È una storia che risuona profondamente con il nostro tempo, con l’idea che valiamo per ciò che facciamo, che senza funzione non ci sia identità e che mostrarsi vulnerabili sia un rischio da evitare.
Quando la perdita non viene attraversata, il dolore non diventa parola, scivola nel corpo, si irrigidisce nei gesti, si contrae nei silenzi e la psiche costruisce una scorciatoia: “Non ho scelta.”
Quando la presenza si ritrae, l’autenticità diventa pericolosa e allora ci si rifugia in copioni noti, in azioni automatiche, in scelte che sembrano obbligate, legate al destino.
Il protagonista preferisce credere “non posso scegliere”, piuttosto che riconoscere “posso scegliere, anche se questo fa paura”
Il film mostra con precisione inquietante come, in questi casi, l’azione prenda il posto del pensiero. Non per risolvere, ma per anestetizzare. Non per scegliere, ma per smettere di sentire il “disturbo” delle proprie emozioni.
La vera scelta non è fare di più, ma restare. sentire e avere il coraggio di non sapere chi siamo, prima di tornare autenticamente vivi.
Al termine del film viene da chiedersi “in quali momenti della nostra vita abbiamo preferito credere di non avere scelta, pur di non sentire il peso della libertà?”