
Omero racconta Ulisse come un eroe ambiguo, ingegnoso, maestro dell’inganno e della parola. Nolan sceglie invece di rappresentarlo soprattutto come un reduce traumatizzato, costretto a fare i conti con la propria astuzia e con la violenza del massacro compiuto a Troia.
Anche gli dèi, autentici coprotagonisti del poema omerico, nel film arretrano fino quasi a scomparire. Atena è l’unica presenza divina chiaramente visibile, ma appare più come una proiezione interiore di Odisseo, una sorta di coscienza che lo accompagna, che come la concreta regista degli eventi descritta da Omero. Nolan trasforma così la causalità mitologica in causalità psicologica, ciò che nel poema viene determinato dall’intervento degli dèi, nel film scaturisce più spesso dalla colpa, dalla memoria e dal trauma.
L’Ulisse omerico è mutevole, imprevedibile, seduttore, narratore e manipolatore. Mente anche quando non sarebbe strettamente necessario, perché l’astuzia non è per lui soltanto uno strumento di sopravvivenza: è parte della sua identità. È insieme marito devoto e adultero, re e predone, padre assente e comandante responsabile della perdita dei propri uomini.
L’Odisseo di Nolan è meno incline alla menzogna e alla seduzione, ma infinitamente più tormentato. Il cavallo di Troia, supremo capolavoro dell’ingegnosità nell’immaginario classico, diventa quasi il suo peccato originario, l’atto da cui scaturisce una colpa destinata a perseguitarlo. Persino il canto delle Sirene non offre soltanto la promessa della conoscenza, insinua in lui il dubbio che, nel profondo, forse non desideri davvero tornare a casa.
Se Omero mette al centro l’intelligenza scaltra, Nolan concentra lo sguardo sulla possibilità di sopravvivere alla violenza e alle sue conseguenze interiori.
Calipso perde gran parte della sua componente erotica. Nel film assume piuttosto i tratti di una terapeuta ambigua: somministra a Odisseo i fiori di loto per attenuarne i ricordi traumatici, ma proprio quell’oblio finisce per cancellare progressivamente Penelope, Itaca e persino la coscienza della propria identità. Quando Odisseo riesce finalmente a ricordare chi è, Calipso lo lascia partire. Nolan rende così il protagonista molto più monogamo e sposta la tentazione dal piacere dei sensi a qualcosa di forse ancora più insidioso, ovvero la possibilità di non sentire più il dolore.
Il regista introduce inoltre un legame personale fra Sinone e Odisseo e trasforma il giovane morto in una delle figure che tornano a rimproverargli di non aver saputo onorare i propri uomini. Compaiono poi riferimenti ai “popoli del mare” e all’ipotesi di una guerra di Troia combattuta anche per il controllo delle rotte commerciali: elementi moderni, ispirati alla storiografia sull’età del Bronzo, ma del tutto estranei all’Odissea.
Anche il finale viene profondamente riscritto. Telemaco diventa re di Itaca, mentre Odisseo e Penelope ripartono insieme verso occidente per rendere omaggio ai compagni caduti e cercare una forma di riparazione. Il nuovo viaggio non nasce più dal desiderio di ricchezze, conquiste o ulteriori avventure, ma dalla necessità di espiare e dare un senso a ciò che è accaduto.
La rilettura di Nolan acquista così una linea emotiva potente, costruita attorno a trauma, memoria, colpa e riparazione. Al tempo stesso, però, sacrifica parte della ricchezza più inquietante e affascinante del poema, l’ambiguità morale di Odisseo, la presenza concreta degli dèi, l’intelligenza di Penelope, il valore sacro dell’ospitalità e, soprattutto, quel piacere tutto omerico per la menzogna, il racconto e la metamorfosi.
Più che trasporre fedelmente l’Odissea, Nolan sembra averla trasformata in un moderno racconto sul ritorno del guerriero, non più soltanto il viaggio di un uomo che cerca la strada di casa, ma quello di un uomo che deve scoprire se, dopo ciò che ha visto e ciò che ha fatto, sia ancora possibile tornare davvero.



