
Quando una relazione finisce, ma l’altro continua ad abitare dentro di noi
Ci sono relazioni che finiscono e relazioni dalle quali è difficile separarsi. The Echo Chamber sembra muoversi precisamente dentro questo scarto: quello che esiste tra la fine concreta di un legame e la possibilità psichica di lasciarlo andare.
La lentezza del film, più che un limite narrativo, appare allora profondamente coerente con ciò che racconta. Il tempo sembra dilatarsi perché Leo e Anne sono sospesi in una relazione che non riesce né a continuare né a terminare. I silenzi, le attese, i gesti ripetuti e la permanenza della macchina da presa negli stessi spazi ci fanno sperimentare qualcosa che i personaggi sembrano non riuscire ancora a pensare pienamente.
Separarsi non significa semplicemente andare via, si può uscire dalla vita di qualcuno e continuare ad abitarla e si può desiderare che qualcuno se ne vada continuando ad averne profondamente bisogno.
Una echo chamber è uno spazio nel quale un suono continua a risuonare dopo essere stato prodotto, anche nelle relazioni affettive accade qualcosa di simile, l’altro può non essere più presente e tuttavia continuare a vivere dentro di noi attraverso ricordi, oggetti, gesti, aspettative e modi di sentire che la relazione ha depositato nel tempo.
L’appartamento nel quale si svolge gran parte del film diventa così molto più di un ambiente, è quasi uno spazio psichico condiviso; gli oggetti conservano tracce, la musica riporta presenze, i gesti quotidiani continuano a raccontare una relazione anche quando le parole non riescono più a farlo. La casa trattiene ciò che i protagonisti non riescono ancora a lasciare andare.
All’interno di questo spazio che uno dei confini più interessanti del film diventa progressivamente incerto, quello tra cura e dipendenza. Anne si prende cura del dolore di Leo, lo assiste, interviene sul suo corpo, cerca di alleviarne la sofferenza, ma lentamente diventa difficile capire dove finisca il prendersi cura dell’altro e dove cominci il bisogno che l’altro continui ad avere bisogno di noi. È un’ambivalenza profondamente umana.
Possiamo desiderare sinceramente che una persona stia meglio e, contemporaneamente, temere ciò che potrebbe accadere alla relazione se quella persona non avesse più bisogno delle nostre cure (se tu non avessi più bisogno di me, chi sarei io per te? chi sarei io senza essere necessario a qualcuno?)
Da questo punto di vista il film evita opportunamente di distribuire ruoli semplici, non c’è soltanto qualcuno che dipende e qualcuno che ce lo rende, la dimensione della dipendenza è relazionale e circolare. Chi ha bisogno di essere curato può diventare indispensabile proprio a chi ha bisogno di prendersene cura.
Il controllo non appare semplicemente come l’opposto dell’amore, può nascere proprio dall’amore quando diventa troppo difficile tollerare la libertà dell’altro, la sua distanza o la possibilità che possa non averci più bisogno.
Un altro protagonista silenzioso del film è il corpo. Il dolore di Leo non è soltanto qualcosa di cui la storia parla, diventa uno dei linguaggi attraverso i quali la relazione si organizza. Il corpo chiede, Anne risponde; il dolore ritorna, la cura ritorna e ciò che non riesce a trasformarsi pienamente in parola sembra trovare nel corpo un altro luogo nel quale continuare a esistere.
È come se The Echo Chamber suggerisse che ciò che non riusciamo ancora a rappresentare psichicamente non scompare, può diventare gesto, sintomo, bisogno, dipendenza, ripetizione, uno dei movimenti fondamentali del film.
Da questo punto di vista anche la sua lentezza acquista un significato diverso, il film non chiede semplicemente allo spettatore di avere pazienza, ma di entrare nel tempo psichico dei protagonisti.
Il tempo della separazione raramente procede in linea retta, ci si allontana e ci si riavvicina, si pensa di avere lasciato andare e improvvisamente qualcosa riporta indietro, si desidera la libertà e, quando questa diventa possibile, se ne avverte la perdita, si può sapere razionalmente che una relazione è terminata molto prima di riuscire a sentirla davvero come conclusa.
La ripetizione non è quindi soltanto immobilità. È anche il tentativo della mente di tornare su qualcosa che non è ancora riuscita a trasformare, ma non tutto ciò che si ripete vuole semplicemente continuare, qualcosa si ripete perché non è ancora riuscito a finire.
Anche l’intensità della relazione tra Leo e Anne può essere letta in questa prospettiva, non coincidendo esattamente con la profondità di un sentimento, segnalando piuttosto quanto sia difficile contenere, nominare e trasformare ciò che stiamo vivendo. Quando un’esperienza affettiva non riesce sufficientemente a diventare pensiero, può cercare altre strade, il corpo, l’azione, la dipendenza, il controllo, la necessità dell’altro.
L’elaborazione non serve a ridurre l’intensità, ma a trasformarla in qualcosa che possa essere sentito senza dover essere immediatamente agito.
Questa possibilità di trasformazione è introdotta nel film dalla musica checonserva l’esperienza ma nello stesso tempo la modifica. Un suono ritorna, ma non è mai esattamente lo stesso. Può essere ripreso, modulato, inserito in una nuova composizione. Il brano “Call my name” può essere letto come non lasciarmi scomparire, ricordati che sono esistita per te, legandosi armonicamente alla difficoltà di separazione che attraversa tutto il film. Ogni separazione contiene infatti anche una domanda implicita: quando non sarò più accanto a te, continuerò a esistere dentro di te?
Forse è proprio questo che rende così difficile lasciare andare qualcuno, non temendo soltanto di perdere l’altro, ma anche di non essere più chiamati dal suo mondo interno, di smettere di essere una presenza significativa nella sua memoria.
L’eco acquista una doppia funzione. Da una parte può imprigionare, continuando a chiamare qualcuno che non può più risponderci e rimaniamo legati all’attesa della sua voce. Dall’altra può diventare memoria, lasciando che quella voce continui a risuonare senza pretendere che torni identica a prima.
Un’eco non è una semplice copia della voce originaria, è quella voce dopo aver incontrato uno spazio, similmentemaquanto accade anche nelle relazioni importanti. Quando una relazione termina l’obiettivo non può essere cancellare completamente l’altro, come se non fosse mai esistito; le persone che abbiamo amato modificano inevitabilmente lo spazio interno attraverso il quale continueremo a sentire il mondo.
Separarsi non significa necessariamente smettere di sentire l’eco, ma poterlo ascoltare senza essere costretti a seguirlo.
The Echo Chamber sembra soprattutto un film sul lutto che accompagna ogni autentica separazione; non soltanto il lutto per la perdita dell’altro, ma quello per la perdita della persona che siamo stati all’interno di quella relazione. Per lasciare andare qualcuno dobbiamo infatti rinunciare anche a una particolare versione di noi stessi, quella che esisteva attraverso il suo sguardo, il suo bisogno, la sua presenza.
Questo rende alcune separazioni sono così difficili, non ci chiedono soltanto: «Posso vivere senza di te?», ma anche «Chi divento quando non sono più quello che ero con te?»
Il film non è una semplice rappresentazione di una relazione “tossica” – definizione che rischierebbe di impoverirne l’ambivalenza – rimane piuttosto una domanda sulla natura stessa dei legami, quanto possiamo avvicinarci senza perderci nell’altro? Quanto possiamo prenderci cura senza trasformarla in controllo? Quanto possiamo separarci senza dover cancellare ciò che quella relazione è stata?
Possiamo accettare che qualcosa dell’altro continuerà a risuonare dentro di noi senza che quell’eco debba continuare a governare la nostra vita? L’altro può rimanere parte della nostra storia senza dover continuare a essere il luogo nel quale siamo costretti ad abitare.



