Una storia

Quando la crisi restituisce il desiderio

Anna Foglietta guarda da molto vicino una coppia nel momento in cui qualcosa che per anni ne ha sostenuto l’equilibrio viene meno. La figlia esce di casa per gli studi universitari e quello che potrebbe apparire semplicemente come un passaggio naturale del ciclo di vita familiare diventa la soglia attraverso cui emerge una crisi rimasta a lungo silenziosa.

Lo svincolo della figlia non sembra essere tanto la causa della crisi, quanto ciò che la rende finalmente visibile. Venuta meno la quotidianità costruita intorno alla funzione genitoriale, i due protagonisti sono costretti a ritrovarsi come coppia e, prima ancora, come individui. La famiglia passa dalla triade alla diade e ciò che era stato tenuto insieme dai compiti, dalle abitudini e dalla cura dell’altro non riesce più a nascondere le domande rimaste in sospeso: chi sono diventatə? Che cosa desidero? Che cosa rimane di noi quando non dobbiamo più occuparci continuamente di qualcuno?

Uno degli aspetti più riusciti del film è la capacità di non attribuire la crisi a uno solo dei due. La regista concede spazio tanto alla fragilità femminile quanto a quella maschile, senza cercare colpevoli e senza ricorrere alla contrapposizione tra chi vuole cambiare e chi lo ostacola. Entrambi sono perturbati dalla perdita dell’equilibrio precedente ed entrambi devono confrontarsi con parti di sé che erano rimaste fuori dalla rappresentazione che avevano costruito della propria vita.

È soprattutto il desiderio a riemergere. Un desiderio che sembra essere stato messo da parte non soltanto per le responsabilità accumulate negli anni, ma forse anche per qualcosa di più profondo, la paura di riconoscerlo e scoprire che potrebbe non realizzarsi; non desiderare sembra allora una forma di protezione, se non ci chiediamo più che cosa vogliamo davvero, non dobbiamo confrontarci con il rischio della delusione, della perdita o della necessità di cambiare. Il film sembra invitare proprio a rallentare abbastanza da poter tornare ad ascoltare quella domanda. 

La macchina da presa rimane dentro le scene, vicina ai corpi e ai silenzi, concedendo tempo a ciò che normalmente verrebbe rapidamente scrollato. Non anticipa, non spiega, non cerca di risolvere, ci costringe piuttosto a restare e restando diventano importanti anche le cose apparentemente insignificanti: il ciambellone, la crostata, il bucato, i gesti ripetuti della quotidianità finiscono per raccontare la coppia quanto le parole. Sono i piccoli rituali attraverso i quali per anni è stato mantenuto un equilibrio familiare e che, nel momento della crisi, mostrano improvvisamente tutta la loro fragilità.

Anche le figure dei genitori dei protagonisti sembrano suggerire quanto i nostri modi di stare nelle relazioni vengano da lontano. Le loro solitudini, a tratti quasi egoistiche, rimandano a modelli differenti di intimità, distanza e protezione, come se ciascuno dei due protagonisti portasse nella coppia non soltanto la propria storia, ma anche ciò che ha imparato sull’amore, sulla vulnerabilità e sulla possibilità di dipendere dall’altro.

Il finale in crescendo con lo split screen risulta meravigliosamente potente. I due volti restano separati e contemporaneamente presenti, non c’è fusione e non c’è ancora una soluzione; ciascuno può finalmente parlare da un luogo più proprio, mentre l’altro continua a esistere davanti a lui. Visivamente sembra quasi la rappresentazione di ciò che dovrebbe poter accadere in una relazione adulta: riuscire a rimanere due senza per questo smettere di incontrarsi. Il confine, allora, non coincide necessariamente con la separazione; può diventare lo spazio che permette a ciascuno di riconoscere dove finisce sé stesso e comincia l’altro, senza doverlo inglobare, controllare o perdere. È fdentro questo limite che può riaprirsi una possibilità di relazione più libera, nella quale l’intimità non richiede di cancellare le differenze.

Ed è significativa anche la rinuncia all’happy ending, il film non sembra interessato a rassicurarci sulla sopravvivenza della coppia, la trasformazione più importante è avvenuta altrove, nella possibilità dei protagonisti di riconoscere finalmente di essere in crisi. La consapevolezza, qui, non coincide con la soluzione, ma con il momento in cui diventa possibile smettere di ripetere inconsapevolmente ciò che non funziona e cominciare a guardarlo.

Una storia racconta con originalità la crisi non necessariamente come fallimento della relazione, ma come rottura di un equilibrio che non consente più alle persone di continuare a essere quelle che erano e, insieme, come possibilità dolorosa di tornare a interrogare il desiderio.

Per farlo occorre rallentare, restando abbastanza a lungo nel silenzio, nell’incertezza e nella paura di non sapere che cosa accadrà, smettendo di cercare immediatamente una soluzione e cominciando a sentire ciò che, da molto tempo, desiderava essere ascoltato.